Testo e foto di Sonia Anselmo
VARANASI - Sacro e profano, spirituale e terreno, profondo e superficiale. È una città di contrasti, Varanasi, che non lascia per nulla indifferenti. Una volta vista, cambiano le prospettive, tocca il cuore e la mente. Qui gli indiani vengono a purificarsi, a pregare, a chiedere grazie, ad aspettare la morte e a morire. La città sacra per gli indù sul Gange è un'avventura nell'anima, perchè non si resta insensibli, e nel corpo: difficile evitare di sporcarsi con il fango che imperversa sui
gath (le imponenti scalinate che arrivano all'acqua), gli escrementi di mucca e altri maleodoranti "rifiuti" nei vicoli, l'urina con cui le scimmie bersagliano i malcapitati dai tetti dei palazzi. Vita e morte in quella che è conosciuta anche con il nome di Benares e che è una delle città più antiche del mondo, essendo abitata da 4.000 anni.
Vita come nei sorrisi dei bambini, nel caos tipico delle cittadine indiane, nei colori dei sari di chi fa le abluzioni, nel sole che sorge tingendo di rosa il pallido cielo. Morte come i cadaveri bruciati sulle pire, nelle carcasse di vacca che solcano il fiume, nelle ceneri gettate per essere trasportate dalla corrente fino alla foce. Varanasi ha una certa magia che seduce, nonostante tutto. Con i lumini che all'alba e al tramonto portano le offerte e i desideri sull'acqua, con i cinque chilometri della sponda sinistra (la destra, considerata, infausta è deserta) occupata da sontuosi palazzi, oltre 100 ghat e templi con le capre e le scimmie che vagano libere, con il Gange vasto e grigio come un mare sporco, solcato da piccole imbarcazioni: quelle dei visitatori che assistono muti al rituale mattutino dell'abluzione e del saluto al sole, e quelle dei venditori di cianfrusaglie e souvenir che si accostano, perchè ogni occasione è buona per fare un affare. Anche davanti alle pire fumanti. Non c'è spazio per la tristezza, la morte in fondo è solo una transazione, un passo obbligato per rinascere in un'altra esistenza migliore della precedente.
E gettare le ceneri nel Gange è un segno di fede e di rispetto, un modo per essere più vicini alle divinità, primo tra tutti Shiva che dimorerebbe proprio qui, e consegnare nelle loro mani il bilancio della vita appena conclusa. Ogni induista deve fare almeno una volta un pellegrinaggio a Varanasi e immergersi nel Sacro Gange, tutti desiderano che le proprie ceneri vengano disperse qui. Le pire per la cremazione funzionano sempre, al tramonto i brahmini assistono i fedeli ed eseguono un rito antico, affidare alle acque del Gange fiammelle di luce che rappresentano i sogni dei pellegrini. Una volta lasciato il Gange e i fangosi ghat alle spalle, ci si immerge in un labirinto di vicoli e viuzze strette, accompagnati da mucche e cani magri vaganti, da poveri e bisognosi, da negozi di tessuti pregiati, tè e spezie. Sotto lo stretto controllo dall'alto delle immancabili scimmie. Guardiane di questo posto così fuori dal mondo contemporaneo, così tipicamente indiano.
Libro consigliato: "Amore a Venezia, morte a Varanasi", Geoff Dyer
Disco consigliato: "Carovane", Sergio Cammariere
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