Bretagna, tra ostriche e gallettes

Bretagna, tra ostriche e gallettes

Testo e foto di Sonia AnselmoCANCALE - Ostriche, ostriche e ancora ostriche. Tonnellate di molluschi appena presi dall'acqua, da gustare al mercato o sui banchi dei pescatori così direttamente, con una goccia di…

Rennes, gioiosa e colorata

Rennes, gioiosa e colorata

Testo e foto di Sonia Anselmo RENNES - Il sabato è un giorno speciale a Rennes. Le vie del centro si riempiono di colori e profumi, in una gioia per gli occhi e per…

Zermatt: ghiaccio, rocce e sua Maestà il Cervino

Zermatt: ghiaccio, rocce e sua Maestà il Cervino

Testo e foto di Luca Trambusti ZERMATT - Sino al 14 luglio 1865 nessuno aveva messo piede sulla vetta del Cervino, ritenuto inviolabile per la sua forma ardita. Da quel drammatico giorno della prima…

Versatile Innsbruck

Versatile Innsbruck

Testo di Eva VallarinINNSBRUCK - Scarponi da montagna o look elegante? Se la destinazione è Innsbruck si dovrà prevedere una valigia più grande per contenere tutto. La capitale delle Alpi è un centro di…

Parco dei Vulci, a casa degli Etruschi

Parco dei Vulci, a casa degli Etruschi

Testo e foto di Sonia Anselmo VULCI - Il sole picchia senza pietà sui resti antichi, sui campi e sulle mucche al pascolo. Fa davvero caldo l'estate a Vulci, antica città etrusca, oggi un parco naturalistico…

Vivace e colorata Chania

Vivace e colorata Chania

Testo e foto di Sonia Anselmo CHANIA - Il porto veneziano si accende di mille luci di notte, tra locali e bar. L'atmosfera è vivace ed elettrica. Di giorno, invece i piccoli batteli si muovono nelle…

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Mar
29

Balkan Beat Box - "Blue eyed Black boy"

Balkan Beat Box                           “Blue eyed Black boy”                 Crammed Disc
Intorno agli anni Sessanta al blues, la musica che è un pezzo di storia degli afroamericani, capitò una cosa strana. Alcuni musicisti bianchi che abitavano dall’altra parte dell’oceano se ne invaghirono, e cominciarono a suonarlo. Alexis Korner, John Mayall, Eric Clepton… Band come i Rolling Stones, gli Animals... Cominciarono a battere i santuari e le geografie del blues, prima reinterpretando i classici, e poi componendo in prima persona, contribuendo così a far evolvere un suono. Che da espressione di un popolo (quello afroamericano) divenne un genere musicale. E’ quello che sta accadendo oggi alla musica balcanica e questo nuovo album del curioso trio nato dall’incontro fortuito tra Tamir Muskat dei Gogol Bordello e Ori Kaplan dei Firewater, guidati e sostenuti dalla voce e dalle percussioni di Tomer Yosef, ne è la conferma. “Volevamo collaborare con dei veri musicisti zingari rom. La musica gitana e quella balcanica hanno un sound molto selvaggio, e visto che noi siamo punk nell'anima, per noi si tratta di una ricerca estremamente naturale". Una dichiarazione che spiega il perché del loro soggiorno a Belgrado, nella fase di gestazione e di realizzazione di questo nuovo lavoro. Un lavoro, come loro consuetudine, molto ricco.  A partire dalle collaborazioni, che prevedono la partecipazione al progetto della Orkestar Jovice Ajdarevica, di Dragan Ristic dei Kal e di Svetlana Spajic. Variegate anche le misticanze di suoni e di lingue: dall’inglese divulgativo e antirazziale di Blue eyed black boy allo spagnolo delle marcette balcane (Marcha de la vida) che, sostenute da coralità messicane, avvicinano i due continenti. Molti brani strumentali (Smatron, Lijepa mare...), ritmi lenti e reggaeggianti, musica popolare gitana e groove elettronici. Persino l’invenzione di una Balcumbia…  Energia pura e piena a cui anche i vostri piedi non sapranno resistere.
Balkan-BeatIntorno agli anni Sessanta al blues, la musica che è un pezzo di storia degli afroamericani, capitò una cosa strana. Alcuni musicisti bianchi che abitavano dall’altra parte dell’oceano se ne invaghirono, e cominciarono a suonarlo. Alexis Korner, John Mayall, Eric Clapton o band come i Rolling Stones e gli Animals cominciarono a battere i santuari e le geografie del blues, prima reinterpretando i classici, e poi componendo in prima persona, contribuendo così a far evolvere un suono. Che da espressione di un popolo (quello afroamericano) divenne un genere musicale. È quello che sta accadendo oggi alla musica balcanica e questo nuovo album del curioso trio nato dall’incontro fortuito tra Tamir Muskat dei Gogol Bordello e Ori Kaplan dei Firewater, guidati e sostenuti dalla voce e dalle percussioni di Tomer Yosef, ne è la conferma. 
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Mar
14

Ebo Taylor - "Love and death"

Ebo-TaylorNel 1957 il Ghana di Kwame Nkrumah, figura di spicco nella storia della decolonizzazione e del panafricanismo, otteneva l’indipendenza. Le orchestre di highlife celebravano la nascita di un Paese e di un continente e tra quei musicisti c’era anche il ventenne Ebo Taylor. Nel 1962 la famiglia lo mandò a studiare musica a Londra, dove conobbe il giovane Fela Kuti e suonò con lui. Nel 1966 tornò in Ghana: Nkrumah era appena stato rovesciato da un colpo di stato militare, la crisi economica e il nuovo regime spingevano molti musicisti ad abbandonare la giovane nazione. Ebo restò, e per tutti gli anni Settanta sperimentò con successo una miscela a base di jazz e afrobeat.
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Mar
13

Hanggai - "He who travels far"

Hanggai                 “He who travels far”                           World Connection, distr. Egea
Ascoltando Dorov Moraril, la traccia numero 11 di “He who travels far”, non si può che rimanere basiti. Trattasi di un brano ben tirato, cantata in una lingua misteriosa. E’ accompagnata dalle corde di un morin khuur, una sorta di viola mongola, che a sua volta dialoga con la chitarra e con il mandolino di Marc Ribot, uno che in genere si accompagna con gente come Tom Waits e Vinicio Capossela. Per svelare l’arcano basta sapere che trattasi di una band di musicisti residenti a Pechino, ma originari delle steppe mongole. E che il loro album è stato prodotto da Ken Stringfellow, uno che è solito mettere le sue competenze al servizio dei REM e di Neil Young. Il leader della band è tale Ilchi, musicista dai trascorsi punk e grunge. Come i suoi compagni di avventura si è riconvertito al patrimonio folklorico nativo. Il risultato è sorprendente. Chitarre impazzite e canto gutturale; il violino morin khuur e banjo; il basso e  flauto tsuur. Matrici rock e canti armonici. Accenti psichedelici e furenti galoppate sonore. Anthem mistico-battaglieri (Hanggai) e country-folk caracollante (Uruumdush). Delicate ninnenanne (Borullai) e scampoli cinematici (Gobi road). Liriche che spostano velocemente il focus da una realtà pastorale, ritratta con toni mitologici, a un presente di immigrati in cerca d'identità, decisamente molto meno edificante. C’è già chi sussurra che se i Pogues fossero nati tra Ulan Bator e Pechino probabilmente suonerebbero come loro. Facciamoci una birra e brindiamo alle diciassette tracce di “He who travels far”. Sono le fondamenta del nascente country punk mongolico.
HanggaiAscoltando "Dorov Moraril", la traccia numero 11 di "He who travels far", non si può che rimanere basiti. Trattasi di un brano ben tirato, cantato in una lingua misteriosa. È accompagnata dalle corde di un morin khuur, una sorta di viola mongola, che a sua volta dialoga con la chitarra e con il mandolino di Marc Ribot, uno che in genere si accompagna con gente come Tom Waits e Vinicio Capossela. Per svelare l’arcano basta sapere che trattasi di una band di musicisti residenti a Pechino, ma originari delle steppe mongole. E che il loro album è stato prodotto da Ken Stringfellow, uno che è solito mettere le sue competenze al servizio dei REM e di Neil Young. Il leader della band è tale Ilchi, musicista dai trascorsi punk e grunge. Come i suoi compagni di avventura si è riconvertito al patrimonio folklorico nativo.  

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